ingordigia, il rapporto deformato con il cibo – di E. Bianchi

La tentazione e il peccato, sono certamente da porre in relazione con l’ambiente storico, con l’atmosfera culturale e sociale in cui ciascuno di noi si trova a essere immerso.

Esiste infatti in ognuno di noi una tendenza egoistica, un’inclinazione peccaminosa: è è quella disposizione interiore che oppone resistenza al dono di Dio.

Accettare la realtà di noi stessi e degli altri, significa accettarne i limiti, elaborare un lutto dei nostri sogni e dei nostri desideri imposisbili: per quanto ciò sia faticoso, senza tale operazione interiore non si accederà mai alla conoscenza e all’accettazione di sé, e , di conseguenza, a una fede matura.

L’uomo vuole preservare con qualsiasi mezzo la propria vita, vuole possedere per sé i beni della terrra, vuole dominare sugli altri. Egli pensa di assicurarsi in tal modo una vita abbondante, ritiene di poter combattere la morte con l’autoaffermazione.

L’essere provati di una sola possibilità sembra equivalere a essere privtai di tutto.
..passione, designata da Evagrio con il termine gastrimarghìa (lett: “follia, delirio del ventre”) e conosciuta dalla tradizione occidentale come “gola”.

Ogni patologia umana si innesta sul livello del bsogno primario per eccellenza, quello del nutrimento, della fruizione e del piacere: occorre mangiare per vivere, e occorre anceh godere.

L’ingordigia è un atteggiamento di smoderatezza e di voracità in rapporto al cibo, è una brama sfrenata e compulsiva: insomma una “brama di cibo non ordinata”, un’autosoddisfazione dell’Io solitario.

Accanto a questi eccessi, vi è anche quello che consiste nel non rispettare i tempi per mangiare, che riguarda cioè il modo di mangiare. Si tratta dunque di vari comportamenti smodati, così ben sintetizzati da Gregorio Magno: “ la voracità ci tenta in 5 modi: a volte anticipa il tempo de bisogno; altre volte non anticipa il tempo, ma chiede cibi più raffinati; altre volte pretende che i cibi siano sempre preparati con una cura meticolora; altre volte si adatta alla qualità e al tempo del’alimentazione, ma eccede nella quantità. Alcune volte poi non desidera affatto cibi raffinati, ma pezza più gravemente per eccessiva voracità.

L’ingordigia ci rende pesanti in senso proprio e in senso figurato, causa insonnia e a volte provoca addirittura malesseri, ma soprattuto provoca un intontimento, un’ebetudine dell’intelligenza, un torpore che spegne la vigilanza. Significativamente Gesù ha avvertito: “ Vigilate, in modo che i vostri cuori non si appensatiscano in ubriachezze”.

È nel rapporto col cibo infatti, che si cercano soluzoni al proprio malessere, con conseguenze mortifere: bisogno di ingurgitare grandi quantità di cibo o di bevande, fino alla bulimia, per soddisfare un’irrefrenabile pulsione orale; oppure, al contrario, rifiuto di ingerire il nutrimento necessario, fino all’anoressia.

Con la bocca noi mangiamo, parliamo e anche baciamo: le sfere della comunicazione, dell’affettività, della sessualità sono implicate nell’oralita e sono simbolicamente presenti nell’atto dell’assuznione del cibo.

È innegabile che la lotto contro l’ingordigia comporta un’enorme fatica. Eppure è proprio a partire dal ns rapporto con il cibo che si decide la ns libertà, è questo il terreno privilegiato per conoscere da cosa siamo abitati. Avverte con grande lucidità Cassiano: “dobbiamo innanzitutto dare prova della ns condizione di uomini liberti attraverso la sottomissione del ns corpo, perché ciascuno è schiavo di ciò che l’ha vinto” (2 Pt, 2-19).
Chi non sa praticare una rinuncia elementare a una picola qunatità di cibo, non potrà mai disciplinare i bisogni prepotenti che insorgono nel proprio cuore, assumendo il volto di bestie fameliche.

Il digiuno è una forma di rispetto originata da una sana presa di distanza dal cibo stesso, è una disciplina del desiderio per discernere che cosa, oltre il pane, è veramente necessario per vivere. Ecco perché digiunare con coscienza di causa. Può condurre a porsi le domande esenziali: perché mangio? Cosa mangio? Come mangio?

Imparare a mangiare significa imparare a farlo insieme agli altri: la tavola infatti è il luogo per eccellenza in cui gli uomini da sempre stringono amicizia e creano cultura, a patto che il cibo non sia semplicemente consumato, ma sia assunto umanamente e crei comuncione tra i commensali. A tavola non si condivide solo il cibo, ma si scambiano parole per nutrire le relazioni, ovvero ciò che dà senso alla vita sostenuta dal cibo.

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